DA CIVITAVECCHIA A ORBETELLO FRA SPIAGGE E CENTRALI

La seconda settimana di cammino ci porta dai litorali laziali a quelli toscani.

A nord di Civitavecchia i monti della Tolfa si allontanano dal mare e fino al promontorio di Ansedonia una vasta pianura si estende alle spalle della battigia che percorreremo lentamente: è la Maremma laziale, formata dai fiumi che scendono dai monti del viterbese.

Nell’ottava tappa, da Civitavecchia al Lido di Tarquinia, attraversiamo il territorio della centrale di Torre Valdaliga, un gigantesco impianto che ha sconvolto diversi chilometri di costa e ne ammorba l’aria da più di vent’anni.
Per passare il fiume Mignone abbiamo bisogno di un Caronte e lo troviamo nelle vesti di un pescatore locale. Per la foce di questo fiume c’è un preoccupante progetto di idroporto. Un tempo le foci dei tranquilli e selvaggi fiumi maremmani erano un elemento di eccezionale bellezza. Il Marta e il Fiora, che incontriamo nella successiva e nona giornata di cammino, ci confermano che bellezza e tranquillità sono state scacciate. Non più foci di fiumi ma canali con sponde artificiali. Non sono più possibili i guadi a piedi che avevo fatto nel CamminAmare del 1985.
La decima tappa inizia con il traghettamento del Fiora grazie a “er più della foce del Fiora”, così si fa chiamare colui che è disposto a portarci di là, nella spiaggia della centrale di Montalto, alle otto di mattina, dopo una notte di nubifragi, sotto la pioggia e per soli 10 euro. Ci pensa il fosso Tafone a bloccarci: un mare rosso per la terra strappata dall’acqua ci conferma l’impossibilità di un guado che ci costringe ad arrampicarci più volte sui cancelli della centrale termoelettrica di Montalto e a passare alcuni fossi gonfi d’acqua sui ponti della ferrovia tirrenica.
Un nuovo nubifragio ci blocca, impedendoci di completare la tappa alla stazione ferroviaria di Capalbio. Dobbiamo accontentarci di raggiungere il fosso Chiarore, al confine fra Lazio e Toscana.
L’Associazione Tra Terra e Cielo ci organizza una riuscita serata al campeggio di Capalbio. L’Albergo La Palma ci accoglie e si riparte accompagnati da una decina di camminamanti alla volta d’Ansedonia. La costa non è costruita, ha un arenile profondo, una prima zona di vegetazione pioniera, la duna ricoperta di macchia. Camminiamo sul tombolo che separa dal mare il lago di Burano, un’importante oasi faunistica.
Dopo le privatizzazioni di Ansedonia, un corollario di ville e villette, il tombolo di Feniglia, un’altra duna ben conservata che ho trovato quasi immutata rispetto al passato. Stravolta, invece, Cala Galera, irriconoscibile rispetto alle foto di Italo Zannier del 1971 per un grande porticciolo per yacht che ha sconvolto il paesaggio della cala, quasi fosse impossibile per il tempo libero dell’uomo d’oggi un modo non consumistico e altamente impattante di vivere il territorio. Aggirando a mare il monte Filippo arriviamo a Porto Ercole con un delizioso sentiero, purtroppo in vista di un ennesimo spazio di mare intasato da accecanti “ferri da stiro”.
La dodicesima tappa ci porta lungo l’Argentario. Le frane aperte sul monte per l’apertura di una strada cosiddetta “panoramica” si sono rimarginate: la natura c’è ancora, peccato che spesso è privata. Le case esclusive hanno infatti accesso privato alla bellezza della costa.
Porto S. Stefano, trafficato e rumoroso, precede i silenzi del tombolo di Giannella e il giorno di riposo a Orbetello.

Riccardo Carnovalini

 

 

 

 

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